Wikipedia parla della capacità delle persone come noi di fare cose straordinarie. È gente come noi quella che scrive Wikipedia, una parola alla volta. È gente come noi che la sostiene. È la prova della nostra collettiva capacità di cambiare il mondo. […] Tu sei parte di questa storia: fa’ oggi stesso una donazione“ Questo è un estratto dell’appello che Jimbo Wales fondatore di wikipedia lancia ai suoi quasi 350 milioni di utenti mensili. Le difficoltà economiche di quello che è uno dei primi dieci siti al mondo erano note, se vogliamo una costante nella storia del progetto. Oggi la situazione si è aggravata e il fondatore lancia il suo appello, con stile molto “american-utopistico” se vogliamo ma, credo valga la pena di accoglierlo (con l’occasione del Natale).

Nessuno, neppure i detrattori, può negare che Wikipedia sia una delle esperienza 2.0 più significative e importanti del panorama, ancor povero, del web 2.0 che conosciamo. Il progetto Wikipedia nasce nel 2001 come spinoff di un altro progetto enciclopedico Nupedia poi chiuso.  Reggi il resto

Alcuni anni fa, mi proposi di iniziare il Presidente di un’azienda, per la quale stavamo realizzando un progetto di restyling del sito web (B2B), alla capacità relazionale del 2.0. Fu così che realizzammo un prototipo nel quale erano messe a disposizione degli utenti funzionalità di commento per ogni articolo e un forum riservato ai clienti business (circa 250), dopo un adeguato studio realizzato con il management. Il progetto fu bocciato dal Presidente, che aveva preteso (capendone il valore) l’ultima parola sulla questione, e realizzammo la versione “1.0″ che ci eravamo comunque preparati. Purtroppo, a parte una grafica certamente più adeguata e l’ampio uso di multimendialità, non era sostanzialmente diversa dal vecchio sito. Il Presidente bocciò la proposta “2.0″ con il commento: “blog e forum sono per ragazzini perditempo non per imprenditori che di tempo non ne hanno; se diamo la possibilità di commentare raccoglieremo solo melma.” Più avanti cambiò idea… Reggi il resto

Seguire i twitt di un amico, leggere gli ultimi scritti dei blogger che ti interessano, controllare la posta elettronica (eheh mi piace questo termine mi riporta indietro) rispondere a messaggi provenienti dai media più disparati, chattare, settare feed, integrare widget, postare su un blog, gestire gli amici in Facebook, leggere articoli di approfondimento magari in una lingua che non è la tua, impadronirsi di una nuova applicazione, caricare foto su flickr, segnalare un articolo sull’aggregatore di fiducia, gestire il proprio blog, far crescere un social network, ecc. ecc. sono tutte attività che occupano una quantità di tempo enorme, alcune ore, ogni giorno. Io ci spendo mediamente 2 o 3 ore, non ho mai fatto un calcolo preciso. C’è chi invece si è preso la briga di calcolare in 100.000.000 di ore uomo il tempo impiegato fino ad ora nella creazione di wikipedia, il progetto 2.0 per antonomasia. 
Umanamente godiamo di un tempo finito e di una limitata capacità di concentrazione, così, in qualche modo questo diluvio di informazioni ci costringe a limitare le nostre attività, selezionando in modo quasi arbitrario. Reggi il resto

Personalmente ho coniato la definizione che segue: può dirsi 2.0 solo un sistema basato sul web che consenta ad un utente di modificare l’esperienza d’uso dell’utente successivo. Credo che questa definizione abbia il pregio della sintesi e della evidenza inversa.

Sulla base di questa definizione non basta la semplice interattività o la possibilità di scelta tra più opzioni per qualificare un sito web come 2.0 occorre che ciascun utente, anonimo o liberamente loggato, sia in grado di lasciare traccia pubblica del proprio passaggio a beneficio degli utenti che seguiranno. Le tracce sono contenuti ovvero, per la precisione, user generated content, contenuti generati dagli utenti stessi. Essi possono essere nuovi contributi ad una discussione, testi, immagini o nuove “pagine” ottenute utilizzando contenuti presenti nel sito o più in generale nel web. Il noto e ormai storico (registrato nel 2003) del.icio.us (delicius.com) è un esempio di quest’ultimo tipo. Meno diffusi ma interessanti nelle prospettive, nell’ecommerce anche quello dell’enterteinment online, sono i siti che consentono di riassemblare personali pagine pubbliche, partendo dai contenuti presenti nel sito stesso.

Questo è un esempio ben fatto www.anobii.com di un ecommerce di libri che consente di creare una “wish list” anche meglio di quella fattibile su amazon. Che c’è di nuovo direte? Niente in sé, la cosa nuova è la prevedibile diffusione del gestire le wishlist attraverso blog e pagine personali di social network, ne sta uscendo un nuovo paradigma per il commercio elettronico.

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