Si è appena conclusa a Milano la presentazione del 3° Osservatorio Multicanalità presso al School of Management del Politecnico dal titolo “Multicanalità: orgoglio o pregiudizio?“. Il dato più eclatante? Nei processi di informazione, relazione, condivisione e acquisto che misurano il rapporto di coppia brand/pubblico si sono affermati nuovi paradigmi che ormai coinvolgono il 40% della popolazione italiana.  Circa 8.5 milioni di persone vivono nei confronti dei brand una dimensione co-creativa. I dati si basano su ricerche sul campo condotte da Nielsen per l’Osservatorio.

Il tema merita giustamente l’attenzione delle imprese di ogni dimensione perchè, anche se non tutti se ne sono accorti, qualcosa sta cambiando e molto rapidamente.

Innanzi tutto cosa si intende per “multicanalità” in comunicazione? E’ la capacità di disegnare un’esperienza di marca agendo su più punti di contatto, su più contingenze interattive e co-creative. Non basta più considerare linearmente i diversi canali di comunicazione e realizzare un efficace media-mix per creare una efficace relazione con il pubblico. Non si tratta più di aggiungere il “nuovo” canale al vecchio adv. Reggi il resto

C’è qualcosa che non mi convince nel cosiddetto viral marketing, guerrilla marketing, tribal marketing. Le premesse, sulla perdita di autorevolezza della comuncazione tradizionale, sono serie. La valutazione secondo la quale il passaparola è la forma più efficace per ottenere consenso è ragionevole, benchè non proprio una novità (lo sapeva anche mio zio che faceva il casolin*). Quello che non mi convince è l’etichetta “virale” che viene attribuita ad ogni iniziativa basata su forte impiego di creatività (non necessariamente efficace) che esca dall’advertising classico. Virale è un termine abusato e in un pianeta dove le parole sono in sovrabbondanza, smarrirne il senso è pericoloso.

Tornando a mio zio, che la sapeva lunga in fatto di crm, una cosa è certa: il passaparola per lui doveva tradursi in azione. Ovvero l’azione di mktg (es: prima di venderti qualcosa te la faccio sempre assaggiare) doveva portare, tramite il passaparola (quasi l’unica forma di comunicazione che conosceva, visto che per lungo tempo non ha avuto neppure l’insegna sopra la vetrina), altri clienti in negozio in modo “virale”. E cosa ci va a fare un cliente in negozio? Compra, che altro sennò? Reggi il resto

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