Forse non tutti ci hanno fatto caso, ed era piuttosto difficile visto che i media lo hanno quali completamente ignorato, travolti dalle bestialità proclamate dall’attuale Presidente del Consiglio Italiano, ma a fianco del G8 di Deauville (perchè mai si chiama ancora così?) si è appena concluso a Parigi l’ e-G8.

I rappresentanti dei Governi riuniti al tavolo con i principali player mondiali per discutere i destini di internet (libera, democratica e rischiosa o controllata, eterodiretta e ancora più rischiosa?)  Al tavolo a far da astanti gli altri stakeolder della rete.

Come è andato il meeting? C’è chi trova sia stata una trovata pubblicitaria di Sarkozy (che ha affidato l’organizzazione al suo amico  Maurice Lévi proprietario di una delle più grandi agenzie pubblicitarie del mondo) che paventa, non senza ragione, si sia trattato di un pericoloso endorsement dell’alleanza tra governi e multinazionali (del copyright e delle reti) per mettere il mordacchio alla rete ammantandolo in prese d’atto ovvie e scontate.

La battaglia dura da oltre 15 anni ma fino a questo momento i Governi hanno prevalentemente mantenuto una posizione neutrale il rischio è che oggi non sia più così.

Per chi vuole farsi un’idea indipendente ecco un link prezioso http://radar.oreilly.com/2011/05/eg8-2011-internet-freedom-ip-copyright.html  al video della conferenza stampa alternativa, riporta interventi di Susan Crawford, Lawrence Lessig, Yochai Benkler, Jeff Jarvis.

Riporto un passaggio dell’intervento di Y.Benkler, illuminante lo stato delle cose (evidenziature del sottoscritto):

“For over fifteen years now, we have seen two opposing camps around the question of internet policy.

One camp is the camp of the 20th century incumbents, who are afraid that something will change, who are afraid of the people rising to participate, afraid of the outsiders innovating, and coming from the edges, who aren’t authorized by the incumbents to innovate, who don’t have to come and say:
’Will you please implement this for me on your network?’.
These are all the companies that we see now as great: fifteen years ago they were from the outside.
That’s where the source of innovation is.

There has been an opposition between those who say “It’s going too fast, slow it down, make it manageable, make it safe’ and those who say “It’s extraordinary, it’s creative, let’s open this up, because we’re in a process of continuous experimentation, and adaptation, and learning.”

 

E’ appena pubblicato su Wired un interessante articolo a cura di Antonella Giulia Pizzaleo del CNR - Istituto di Informatica e Telematica, contiene una presentazione del prossimo Internet Governance Forum che si terrà a Vilnius dal 14 al 19 settembre 2010 e l’annuncio dell’IGF Italia che si terrà a Roma il 29 e 30 novembre.

Per chi fosse interessato, i lavori del Forum iniziano domani mattina e la partecipazione da remoto è disponibile a partire da questa pagina www.intgovforum.org

Un tempo li chiamavamo walled garden ad identificare le aree cui i provider consentivano un accesso a internet in qualche modo distinto dall’accesso universale al web. Ne esistevano alcuni modelli tipici. Quello che ti permetteva un accesso sempre e comunque ad esempio anche senza aver pagato il canone al provider o quello che, in cambio di alcuni servizi “riservati”, ti chiedeva di rinunciare ad una parte della tua privacy facendoti profilare nel tuo comportamento d’utente. Tempo addietro esistevano anche provider che caratterizzavano la loro offerta come un gigantesco walled garden (vedi eBiscom e poi Fastweb) a causa di una struttura di rete impostata come una sorta di mega LAN.

Bei tempi, potremmo dire oggi alla luce dei segnali sempre più evidenti di diffusione dei giardini recintati in mille nuove forme. Non si tratta più di episodi circoscritti e noti, cui l’utente poteva aderire o meno ma di scelte strutturali che minano alla radice la libertà dell’utente e l’essenza della rete. Possiamo dire grazie a politiche conniventi e al successo di modelli di business che fanno leva sulla nostra pigrizia (materiale e intellettuale) se il web libero e aperto che abbiamo conosciuto ha imboccato il viale del tramonto.
Il documento di Google e Verizone, cui occorre dare atto almeno del non comune tentativo di trasparenza verso gli utenti della rete, né è solo un esempio, per quanto eclatante visto il valore delle imprese in campo. PI segnala l’iniziativa della americana ITA (Telecommunications Industry Association) verso la FCC (Federal Communication Commission) rea di voler introdurre una più ferrea regolamentazione della net neutrality. Secondo costoro, ma è un po’ la tesi anche di Goggle e Verizone o di AT&T, l’ostinazione liberale della politica di difesa della neutralità su internet sarebbe un limite all’espansione degli investimenti, al superamento del digital divide e minaccerebbe l’occupazione nel settore per centinaia di migliaia di posti di lavoro. Lo sviluppo futuro del web dipenderebbe dall’abolizione dei vincoli di neutralità della rete (la richiesta di un host quasiasi trova risposta da un host qualsiasi senza discriminazioni, indipendentemente dagli indirizzi di rete in gioco e dalla tecnologia usata) per passare ad una internet dove il traffico (formato prevalentemente dai pacchetti su IP di richiesta e risposta degli hosts presenti in rete) è caratterizzato da priorità diverse a seconda di chi, del dove, del come e del cosa. Sembra una questione per tecnologi ma non lo è.

E’ prima di tutto una menzogna ed un ricatto. Una menzogna tanto più evidente se valutiamo la costante crescita della domanda di banda larga nel mondo industrializzato e non. Un ricatto fatto a tutti noi che, in qualche caso (es. Italia) abbiamo anche pagato le reti, dovremmo essere pronti a pagare di più per avere servizi peggiori.
In realtà lo scopo è garantire, con una sorta di neoprotezionismo tecnologico, lo stato di cose presente. Da un lato vogliono rendere praticamente impossibile la comparsa di nuovi competitori, dall’altro fare dei provider e dei fornitori di piattaforme applicative i dominatori assoluti del mercato a scapito della parte più debole: i fornitori di contenuti.
Una guerra iniziata molto tempo fa con i primi tentativi dei provider di entrare nel business dei motori di ricerca prima, e delle piattaforme poi, tentando di imporre logiche discriminatorie attraverso la prioritizzazione del traffico internet.

Il tentativo, per quanto palese e maldestro, non si è arrestato se ancora oggi assistiamo a comportamenti come quello di Vodafone e di altri operatori vs i pacchetti Skype e VoIP o P2P in genere. “A vantaggio dei Clienti” - dice Vodafone - tagliamo le connessioni che usano troppa banda. Bel modo di garantire il servizio… togliere la concorrenza.

Ma è un comportamento residuale che potrebbe (dovrebbe) essere sanzionato a breve dalla Comunità Europea per lesione del mercato (almeno). Oggi la guerra vera ha cambiato connotati rispetto a questi acerbi stratagemmi. I provider più grossi e i big delle app hanno trovato la quadra dei loro interessi ed il boccone sono diventati i contenuti. E con loro noi, sempre più profilati e rinchiusi, sempre meno consapevoli di quello cui stiamo rinunciando pagando felici il salato prezzo di nuovi giocattoli iQualcosa.

Poche righe sopra scrivevo che la responsabilità di quanto accade è anche della nostra pigrizia. In effetti tutti siamo pronti a difendere internet libero e aperto ma, propendiamo ad avere la vita facile e tendiamo ad adagiarci sulle soluzioni preconfezionate. Così troviamo irresistibile la carrellata precotta delle app di iPhone e iPad e ci adagiamo all’interno del comodo giardino di Apple o di Facebook senza più guardarci attorno.

Quando lo faremo, e prima o poi ci tornerà la voglia di farlo, scopriremo che intorno a questo bello spazio, che crediamo nostro e pensiamo di aver costruito a nostra immagine e somiglianza, qualcuno avrà costruito delle mura alte e spesse.

Troveremo ancora così affascinante il giardino?

Scrive il direttore Chris Anderson nell’ultimo numero di Wired “il caos delirante è stata la fase adolescenziale del web”. Vedremo come sarà la sua ordinata maturità.

Ieri 9 agosto Google e Verizon (uno dei principali operatori di telecomunicazione americani) hanno pubblicato un documento contenente proposte comuni sul tema della Net-Neutrality. Il documento riassume le richieste presentate alla FCC* americana per la definizione di un nuovo quadro regolatorio di internet “affinchè Internet resti un network aperto”. Questi gli obiettivi (dal blog di Google) :
1. Gli utenti devono essere liberi di scegliere quali contenuti, applicazioni o dispositivi usare, dal momento che l’apertura è stata decisiva per l’innovazione esplosiva che ha reso Internet un mezzo rivoluzionario.
2. Gli Stati Uniti devono continuare ad incoraggiare sia gli investimenti che l’innovazione a supporto dell’infrastruttura di banda larga; ciò è imperativo per garantire la competitività a livello globale.

Al punto 1 una dichiarazione di principio giusta, quasi scontata, e al punto 2 una richiesta legittima. Allora dove sono le ragioni di preoccupazione? Reggi il resto

Il prossimo Internet Global Forum si riunirà a Vilnius a metà settembre. Vi parteciperanno delegazioni nazionali ufficiali certamente apportatrici di tanti bei contribuiti sulla libertà di accesso e la neutalità. Nel frattempo Google cede alla Cina, RIM (quella di Blackberry) all’Arabia Saudita. Ovvero l’internet governance dei fatti la stanno imponendo le grandi strutture globali che pur di mantenere i mercati non esitano a vendere gli utenti al miglior offerente e ai Governi.
In Italia, nel nostro “piccolo”, il Ministro Brunetta lancia il suo documento “beta” di definizione della “internet governance”, tirando in ballo l’inconsapevole sardo Azuni. Un documento che, badate bene, tutti potranno discutere e commentare o emendare per ben 30 giorni in questo agosto, tradizionalmente il mese in cui gli italiani hanno l’attenzione concentrata sul tema. Reggi il resto

A tre giorni dal deposito della sentenza di condanna di due dirigenti di Google Italia il giudice Masi è stato oggetto di minacce via fb. Un atto stolto e grave. La sentenza può e deve far discutere, può anche sollevare contestazioni ma, il Giudice ha agito secondo diritto.

Sembra difficile sostenere per Google il ruolo di un mero “trasportatore passivo”. Google infatta tratta i dati perche indicizza, associa e contestualizza con i contenuti (dati) i messaggi pubblicitari ottenendone il giusto lucro. D’altra parte è impensabile e ridicolo pretendere un controllo preventivo sulla liceità dei contenuti da parte di chicchessia perchè, oltre ad essere impossibile tecnicamente, ne andrebbe della libertà di espressione, della libertà d’impresa e, di fatto, anche della tutela della dignità delle persone.
Pertanto IL problema è la Legge sulla Privacy che, nella sua attuale formulazione attribuisce ingiuste e stupide (ma oggi non illegittime) responsabilità ai gestori di servizi di sharing. Pur dubitando delle capacità, della celerità e soprattutto della volontà di buona parte dei nostri legislatori, dovrà essere chiesta a gran voce una revisione di norme ormai inappropriate a governare la realtà.

Una revisone normativa che comprenda il giusto diritto di ciascuno alla tutela della proprio privacy e l’indispensabile agibilità della libera espressione e della circolazione delle informazioni (in senso tecnico non di merito) su internet.

ISOC Italia, delegazione nazionale di Internet Society,
preso atto del dispositivo della sentenza di primo grado, emessa il 24 febbraio scorso dal Tribunale di Milano, che ha condannato tre dirigenti di Google per violazione delle norme sulla privacy, a causa di un video rimasto presente per alcune settimane nel 2006 sul sito di Google Videos, che riprendeva un minore affetto da autismo, insultato e offeso da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino,
RITIENE DI DOVER TORNARE AD AFFERMARE ALCUNI PRINCIPI FONDANTI E IMPRESCINDIBILI PER CONSERVERE LA LIBERTA’ E LE POTENZIALITA’ DELLA RETE INTERNET

[1] la rete deve rimanere aperta; nessun ostacolo deve essere posto alle sue potenzialità ed al suo uso ad esclusivo beneficio della comunità; Reggi il resto

Come era prevedibile fa molto discutere in rete la sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato in primo grado tre dirigenti di Google. Tralasciamo le ipotesi sconnesse che circolano in rete, inaccettabili perchè le motivazioni della condanna non sono ancora state depositate. Come ho già avuto modo di scrivere il punto è il seguente: Google, con il servizio Video, è un intermediario passivo che offre un puro servizio di interconnessione e hosting o tratta i dati?

Matt Sucherman, VP and Deputy General Counsel - EMEA di Google, in un post del 24 feb. su Google Italia Blog giudica che “in sostanza questa decisione significa che i dipendenti di piattaforme di hosting come Google Video sono penalmente responsabili per i contenuti caricati dagli utenti” Prosegue citando a sostegno la legislazione europea che “è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza“.

Oggi, su Radio 24 è andata in onda una intervista al Procuratore Aggiunto Alfredo Robledo che ha seguito le indagini e qualche argomento in più c’è per far luce sulla vicenda. Secondo il dr Robledo, Google Video tratta i dati perchè “non si limita a mettere in comunicazione i soggetti in modo indifferente ai contenuti da loro immessi, come fa eBay per esempio, ma trae un vantaggio economico dai contenuti che veicola con il servizio di Google Video e così tratta i dati“.

C’è evidentemente una diversità di interpretazione dell’attività di Google tra l’azienda e i Giudici di Milano.  Se da un lato è palese la ragione dell’interpretazione, diciamo “restrittiva” al ruolo di semplice hosting, che Google dà della propria attività d’impresa per i contenuti Video, dall’altro non è altrettanto chiaro come i Giudici siano giunti a definire “trattamento” il lavoro che Google compie sui dati. E’ anche il paragone, per caso contrario, con eBay che lascia perplessi.

Ammettendo che si dia la forma di “trattamento”, ad esempio con indicizzazione e contestualizzazione dell’advertising come fa Google, si aprirebbe un problema enorme di applicabilità della norma. E’ impensabile che Google, come chiunque altro, abbia un controllo ex-ante dei contenuti generati dall’utente.

Tocca nel vivo uno dei problemi più attuali di internet la sentenza del tribunale di Milano che ieri ha condannato tre dirigenti di Google Italy per violazione della privacy. Il procedimento si riferisce alla vicenda, datata 2006, della pubblicazione su Google Video (servizio oggi sospeso a favore di YouTube acquistato da Google nel giugno 2006) di un filmato che mostrava un minore autistico insultato e picchiato da quattro coetanei all’interno di una scuola di Torino.
Ai dirigenti sono stati inflitti mesi 6 di reclusione, con il beneficio della condizionale, per “violazione della privacy”, mentre sono stati assolti dal reato di diffamazione. Ricordiamo che i responsabili, gli autori del video, sono stati condannati in altro procedimento, in virtù della minore età, a 11 mesi di lavori socialmente utili.
La vicenda ha suscitato anche la reazione dell’ambasciatore USA in Italia David Thorne: “Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale - precisa l’ambasciatore - non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider”.
Per la Legge italiana questo genere di responsabilità ricade su chiunque gestisca un blog o un sito, che viene oggi equiparato ad un editore. Reggi il resto

Google dichiara di essere stata oggetto di attacchi informatici dalla Cina indirizzati a violare le caselle Gmail di attivisti dei diritti umani e rincarando la dose, David Drummond, il responsabile per gli affari giuridici di Google: “non abbiamo l’intenzione di continuare a censurare i nostri risultati“. In molti si chiedono le ragioni di questa battaglia, altri tracciano ipotesi sul futuro di google.cn, si ritirerà o sarà fatto sparire dal mercato cinese, il primo al mondo per numero di utenti?  Ma siamo certi sia solo questo?

Google offre una versione cinese del motore fin dal 2000 ma, è solo nella primavera del 2006 che nasce google.cn accolto in occidente da un coro di critiche (anche interne alla compagnia stessa) per aver siglato un accordo che impegnava il motore a filtrare i risultati secondo i principali dettami della censura. La decisione di escludere i risultati su temi sensibili, come le riforme democratiche, l’indipendenza di Taiwan o sul movimento Falun Gong, o sui fatti di Thien An Men del 1989  è particolarmente discutibile per una società dedicata a rendere le informazioni “universalmente accessibili”. L’unica soddisfazione, offerta all’utente cinese, è l’impegno a dichiarare quando i risultati sono stati filtrati. Google dichiarava cmq di voler garantire la riservatezza dei dati personali su Gmail e sulla piattagorma Blogger. Nel settembre 2007 Google riceve la licenza dal governo cinese e non si fanno attendere le accuse degli attiviti dei diritti umani rivolte anche a Microsoft e Yahoo. Reggi il resto

Quando sento parlare di internet governance mi si rizzano i pochi capelli. Il pensiero corre preoccupato verso tentativi di ingabbiare, recintare, sorvegliare un luogo libero. Poi mi sveglio … mi accorgo che internet non è più il luogo che era e che gabbie, recinti e grandi fratelli nascono ogni giorno ad opera di governi e imprese con mission più o meno lecite e cmq mai gradite da noi utenti, perchè solitamente dannose.

La rete è cresciuta e si è sviluppata molto efficaciemente, semplicemente gestita tecnicamente dall’ICANN, e allora a cosa ci serve una struttura di “governo” che potrebbe assomigliare più a una struttura di controllo? Abbiamo bisogno di un altro istituto ONU (o simili) che, intriso di burocratismo e spartizionismo, diventi il deus es machina di internet? Perchè dovremmo avere bisogno di nuove regole quando ad internet si applicano già le leggi degli Stati? Confesso che queste sono tra le poche obiezioni sensate che ho sentito dacché il progetto di internet governance si è inesorabilmente avviato dalla prima edizione del World Summit on Information Society (WSIS), svoltosi a Ginevra nel dicembre del 2003. Da quella data una serie di appuntamenti internazionali si sono susseguiti, WSIS Tunisi, il primo Internet Governance Forum (IGF) di Atene 2006, IGF Rio de Janeiro 2007, il primo IGF Italia 2008, fino all’IGF 2009 tenusi a Sharm El Sheikh appena conclusosi (15-18 nov.). Ma siamo certi che ICANN possa, voglia e abbia la capacità di intervenire qualora i diritti dei “netizen” sono messi in discussione da governi o da imprese? Purtroppo abbondiamo di prove che ciò non avviene e che alla struttura di ICANN non possono essere scaricati compiti che non può assumere. Peraltro non è affatto chiaro quale struttura possa assumersi tale onere, e gli incontri IGF e WSIS servono anche a questo.

Ovviamente la questione della governance di internet ha molti risvolti, si può cominciare ad approfondirli cliccando sul sito ufficiale, ma vorrei qui segnalare quella che mi sembra una delle carte più interessanti da giocare in questa partita che, come singoli utenti, ci vede perlopiù soggetti passivi: la Internet Bill of Rights.  

L’iniziativa è promossa parallelamente e indipendentemente dalle scadenze e decisioni “ufficiali” ed è basata su una “coalizione sui diritti e principi di internet” formatasi durante il WSIS di Tunisi nel 2006. L’Italia vi partecipa intensamente con ISOC Italia, istituzioni governative e personalità del calibro di Stefano Rodotà. Esplorando il sito ufficiale è possibile formarsi un’opinione sul tema e partecipare al dibattito con il wiki e il blog o la pagina su Facebook.
La “Coalizione” non vuole mettere in discussione i diritti fin’ora sanciti, ma costruire su di essi per meglio applicarli nell’ambiente di Internet. La proposta è di concepire il Bill of Rights come un “set” di documenti differenti, e come un processo in continuo progresso, in piena collaborazione con tutte le altre iniziative nate durante l’IGF che trattano i temi quali: privacy, protezione dei dati personali, libertà di espressione, accesso universale, neutralità della rete, interoperabilità. Insomma le tematiche centrali perchè si possa continuare ad avere una rete libera, o, se volete, com’era e come rischiamo di non avere più.

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