Un tempo li chiamavamo walled garden ad identificare le aree cui i provider consentivano un accesso a internet in qualche modo distinto dall’accesso universale al web. Ne esistevano alcuni modelli tipici. Quello che ti permetteva un accesso sempre e comunque ad esempio anche senza aver pagato il canone al provider o quello che, in cambio di alcuni servizi “riservati”, ti chiedeva di rinunciare ad una parte della tua privacy facendoti profilare nel tuo comportamento d’utente. Tempo addietro esistevano anche provider che caratterizzavano la loro offerta come un gigantesco walled garden (vedi eBiscom e poi Fastweb) a causa di una struttura di rete impostata come una sorta di mega LAN.

Bei tempi, potremmo dire oggi alla luce dei segnali sempre più evidenti di diffusione dei giardini recintati in mille nuove forme. Non si tratta più di episodi circoscritti e noti, cui l’utente poteva aderire o meno ma di scelte strutturali che minano alla radice la libertà dell’utente e l’essenza della rete. Possiamo dire grazie a politiche conniventi e al successo di modelli di business che fanno leva sulla nostra pigrizia (materiale e intellettuale) se il web libero e aperto che abbiamo conosciuto ha imboccato il viale del tramonto.
Il documento di Google e Verizone, cui occorre dare atto almeno del non comune tentativo di trasparenza verso gli utenti della rete, né è solo un esempio, per quanto eclatante visto il valore delle imprese in campo. PI segnala l’iniziativa della americana ITA (Telecommunications Industry Association) verso la FCC (Federal Communication Commission) rea di voler introdurre una più ferrea regolamentazione della net neutrality. Secondo costoro, ma è un po’ la tesi anche di Goggle e Verizone o di AT&T, l’ostinazione liberale della politica di difesa della neutralità su internet sarebbe un limite all’espansione degli investimenti, al superamento del digital divide e minaccerebbe l’occupazione nel settore per centinaia di migliaia di posti di lavoro. Lo sviluppo futuro del web dipenderebbe dall’abolizione dei vincoli di neutralità della rete (la richiesta di un host quasiasi trova risposta da un host qualsiasi senza discriminazioni, indipendentemente dagli indirizzi di rete in gioco e dalla tecnologia usata) per passare ad una internet dove il traffico (formato prevalentemente dai pacchetti su IP di richiesta e risposta degli hosts presenti in rete) è caratterizzato da priorità diverse a seconda di chi, del dove, del come e del cosa. Sembra una questione per tecnologi ma non lo è.

E’ prima di tutto una menzogna ed un ricatto. Una menzogna tanto più evidente se valutiamo la costante crescita della domanda di banda larga nel mondo industrializzato e non. Un ricatto fatto a tutti noi che, in qualche caso (es. Italia) abbiamo anche pagato le reti, dovremmo essere pronti a pagare di più per avere servizi peggiori.
In realtà lo scopo è garantire, con una sorta di neoprotezionismo tecnologico, lo stato di cose presente. Da un lato vogliono rendere praticamente impossibile la comparsa di nuovi competitori, dall’altro fare dei provider e dei fornitori di piattaforme applicative i dominatori assoluti del mercato a scapito della parte più debole: i fornitori di contenuti.
Una guerra iniziata molto tempo fa con i primi tentativi dei provider di entrare nel business dei motori di ricerca prima, e delle piattaforme poi, tentando di imporre logiche discriminatorie attraverso la prioritizzazione del traffico internet.

Il tentativo, per quanto palese e maldestro, non si è arrestato se ancora oggi assistiamo a comportamenti come quello di Vodafone e di altri operatori vs i pacchetti Skype e VoIP o P2P in genere. “A vantaggio dei Clienti” - dice Vodafone - tagliamo le connessioni che usano troppa banda. Bel modo di garantire il servizio… togliere la concorrenza.

Ma è un comportamento residuale che potrebbe (dovrebbe) essere sanzionato a breve dalla Comunità Europea per lesione del mercato (almeno). Oggi la guerra vera ha cambiato connotati rispetto a questi acerbi stratagemmi. I provider più grossi e i big delle app hanno trovato la quadra dei loro interessi ed il boccone sono diventati i contenuti. E con loro noi, sempre più profilati e rinchiusi, sempre meno consapevoli di quello cui stiamo rinunciando pagando felici il salato prezzo di nuovi giocattoli iQualcosa.

Poche righe sopra scrivevo che la responsabilità di quanto accade è anche della nostra pigrizia. In effetti tutti siamo pronti a difendere internet libero e aperto ma, propendiamo ad avere la vita facile e tendiamo ad adagiarci sulle soluzioni preconfezionate. Così troviamo irresistibile la carrellata precotta delle app di iPhone e iPad e ci adagiamo all’interno del comodo giardino di Apple o di Facebook senza più guardarci attorno.

Quando lo faremo, e prima o poi ci tornerà la voglia di farlo, scopriremo che intorno a questo bello spazio, che crediamo nostro e pensiamo di aver costruito a nostra immagine e somiglianza, qualcuno avrà costruito delle mura alte e spesse.

Troveremo ancora così affascinante il giardino?

Scrive il direttore Chris Anderson nell’ultimo numero di Wired “il caos delirante è stata la fase adolescenziale del web”. Vedremo come sarà la sua ordinata maturità.

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