Il prossimo Internet Global Forum si riunirà a Vilnius a metà settembre. Vi parteciperanno delegazioni nazionali ufficiali certamente apportatrici di tanti bei contribuiti sulla libertà di accesso e la neutalità. Nel frattempo Google cede alla Cina, RIM (quella di Blackberry) all’Arabia Saudita. Ovvero l’internet governance dei fatti la stanno imponendo le grandi strutture globali che pur di mantenere i mercati non esitano a vendere gli utenti al miglior offerente e ai Governi.
In Italia, nel nostro “piccolo”, il Ministro Brunetta lancia il suo documento “beta” di definizione della “internet governance”, tirando in ballo l’inconsapevole sardo Azuni. Un documento che, badate bene, tutti potranno discutere e commentare o emendare per ben 30 giorni in questo agosto, tradizionalmente il mese in cui gli italiani hanno l’attenzione concentrata sul tema.
Un bel documento, dove si cerca di individuare, cito, “come sopravvivere in un mondo imprevedibile” prestando dovuta attenzione all’”incertezza dinamica” e alle “architetture complesse”. Cercando risposte a queste questioni chiave per il genere umano sullo specifico tutto riparte da zero, come se di governo della rete non si discutesse da 40 anni, come se non fossero stati scritti i principi fondativi dell’IGF e soprattutto come se la discussione sulla Internet Bill of Rights, riconosciuta ufficialmente a Rio nel 2007 dall’ONU proprio in chiusura dell’IGF, non fosse mai partita. Una discussione già avviata in Italia almeno dal 2006 (ISOC) e che si molto sviluppata anche per gli interventi di personalità come Stefano Rodotà.
Il brunettiano “codice Azuni” sembra tagliare fuori la matrice culturale di una internet libera come motore dello sviluppo sociale ed economico (Amartya Sen) per far posto alla sottocultura regolatoria, censoria e occhiuta che fa perno sugli interessi dei gruppi industrali anzichè sulle persone.

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