Il paradigma 2.0 in azienda supporta la nascita di nuove comunità che condividono interessi, competenze, ed esperienze comuni incentivano nuove dinamiche collaborative, trasversali rispetto agli usuali schemi gerarchici piramidali. Non è altro che un parallelo con quello che avviene nella vita dei dipendenti fuori dall’azienda, nell’ambito degli interessi, delle passioni, delle amicizie.  Non vi è differenza, da questo punto di vista, tra chi è all’esterno e chi è all’interno e vive la realtà aziendale.

Occorre comprendere la portata storica di questa condizione e saperla usare nel concepire strumenti come le intranet 2.0  Questo compito spetta in primis alle Risorse Umane, non alla direzione ICT.

Il dato da cui possono partire è lo straordinario successo del “social” fuori dall’azienda, accompagnato dalla dilagante diffusione di device informatici di alto livello qualitativo usati nella vita quotidiana.
Si tratta, molto spesso, di strumenti di qualità più alta di quelli disponibili in azienda. Quanti hanno un iPhone o un notebook aziendale e quanti invece l’hanno acquistato per proprio uso e consumo? Quanti hanno 1 terabyte di spazio disco nel server e 8 Gb ram nel PC aziendale? Quanti hanno accesso alla rete wifi sul posto di lavoro e quanti ce l’hanno in casa per connettere pc fisso, ps mobile, smartphone e tv? Quanti hanno accesso ad una piattaforma di unified communication & collaboration aziendale e quanti usano per scopi personali skype, youtube, friendfeed, dropbox, vimeo, facebook, ning, google docs, linkedin?
L’accessibilità, anche economica, di applicazioni software e hardware avanzatissime va di pari passo con la possibilità di comunicare, collaborare e condividere socialmente, favorendo la maturazione di una cultura diffusa e una abilità privata che non trova solitamente spazio in azienda e, più gravemente, non viene compresa e sfruttata dall’azienda.

Questo fenomeno si accompagna ad un altro che viene di volta in volta definito come “consumerismo”, quando assume le forme della consapevolezza acquisita proprio nel valore dell’atto d’acquisto, o “co-creatività” quando il consumatore cerca un rapporto valoriale con l’azienda stessa più che con il prodotto. Sono le due facce di una stessa medaglia. Quella della relazione con la marca, che tanto sta portando alle nuove frontiere del marketing.

E in azienda cosa accade? Quello che fuori è un consumatore consapevole e co-creativo, che cerca valore e vuole apportare valore, quando entra in azienda si limita (ed è limitato) ben che vada, a fare quello che gli viene chiesto dal proprio ruolo in un organigramma gerarchico.

Non è mai accaduto in precedenza che abilità tecnologiche private fossero socialmente superiori alle abilità tecnologiche aziendali e che il collaboratore desiderasse fortemente riportare le proprie abilità all’interno. Al contrario, l’addestramento tecnico e culturale ha sempre rappresentato un costo pesante.
Sono queste abilità e questa volontà di partecipazione i pilastri sui quali  le Risorse Umane possono avviare una trasformazione delle relazioni organizzative.

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