Solitamente annunciare la disfatta di qualcosa o qualcuno gli allunga la vita, così mi astengo dall’essere lapidario e mi chiedo: facebook ha rotto? I dati pubblici ci dicono che così non è. Gli utenti crescono a ritmi sostenuti e sarebbero, secondo i dati forniti dal sito stesso, 300 mln a settembre 2009 ed erano 200 mln appena 4 mesi prima. Diamo per buono il dato, anche se è buona norma dubitare, soprattutto per le imprese in cui il valore percepito, (Facebook sembra essere stimato 10 MLD di dollari) potrebbe superare il valore reale.

Per rispondere alla nostra domanda il dato interessante sarebbe poter disporre di analisi indipendenti sul comportamento dell’utente facebook. Cosa dovremmo andare a vedere? Prima di tutto dobbiamo considerare che il valore di un sito di network sociale vale quando vale l’attività di condivisione di contenuti posta in atto dagli utenti stessi. Se tutti gli utenti di trasformassero in spettatori (lurkers) e i produttori di contenuti si riducessero a zero il social network morirebbe. Desiderando stabilire il valore della condivisione di contenuti dovremmo cosiderare una misura quantitativa e una qualitativa. La misura quantitativa è già piuttosto difficile da reperire come dato disaggregato, non come semplice “abbiamo 1000 discussioni”. La misura qualitativa è improba, anche se, a ben guardare, proprio da questo aspetto dipende molto del valore reale di un network. In ogni caso è il comportamento degli utenti di un network a dare una prima misura del valore reale e delle prospettive di crescita future di un social network. Potrebbe interessare eserciti di sociologi / psicologi / markettari eppure, proprio per il valore strategico del risultato, è un’attività praticamente impossibile. Non vengono comunicati dati ne possiamo disporre di ricerche approfondite su Facebook.

E questa è una cosa abbastanza grave visto che parliamo di un fenomeno planetario che cmq coinvolge masse enormi di persone. Fenomeni con rilevanza estremamente minore vengono vivisezionati da analisti di ogni disciplina, perchè questo non accade o almeno non accade con altrettanta serietà, per i grandi aggregatori 2.0?

Esiste una ricerca, commissionata dalla stessa Facebook a due ricercatori interni, e pubblica perchè presentata durante il congresso mondiale sull’interazione uomo-macchina svoltosi a Boston in aprile di quest’anno. Il campione estremamente ampio, 140.000 utenti, è stato selezionato includendo solo i nuovi utenti. Numericamente un campione del genere sarebbe impensabile in qualunque indagine di marketing invece, grazie alla possibilità di analizzare i log di attività di ciascun utente, è relativamente semplice operare ovviamente anche su campioni più vasti.
La domanda posta ai ricercatori era qualcosa del genere: “quali sono gli indicatori che permettono di prevedere i comportamenti dei nuovi utenti?” Che è un modo per dire “ci sono modi per sapere se un nuovo utente sarà profittevole?”

Da quel che si legge i risultati della ricerca sono sostanzialmente due e piuttosto ovvi: hai amici che postano commenti? ne posterai anche tu; ricevi feedback da altri utenti fin dai primi contenuti? continuerai a produrne. Bella scoperta.

Sono molti i segnali di stanchezza che si possono percepire tra gli utenti. Censure, controllo, appiattimento dei contenuti e una diffusa percezione della mancanza di un fine reale a tanta fatica profusa per gestire la propria pagina,  producono sovente abbandoni di fatto anche se quasi mai giungono alla cessazione dell’account (attività per altro un tempo complessa anche se di recente è stata migliorata).  

A quando un’indagine seria su FB?  Forse si tratta solo di attendere, credo che la domanda se la pongano in modo esplicito prima di tutto i pianificatori di budget pubblicitari che hanno permesso un utile di quasi 500 mln di dollari portando in attivo il bilancio di esercizio di Facebook già quest’anno.

Ps: Stralci di post a caso su facebook (per gli amici detto anche feis, faccialibro, feisbuc, etc.): “non si va alla ricerca reale del compagno del tempo che fu, si va alla ricerca della vittima alla quale sbattere in faccia i successi.” “anche io vorrei avere un tasto che gli urli qualcosa come Sei una merda cagata male o Culllloooo stile Derelits.”  ”di FB adoro i regalini tipo quelli di Hello Kitty e fare i test idioti…!!!” “La mia Pink’O'Pallin è un pò trascurata, ma conosco un ragazzo che vive solo di quel giochetto (lo so perché ogni 3 secondi mi arriva l’avviso che TIZIO è venuto ad abbracciarmi l’animale rosa…e che magari in un’ora è riuscito ad arrivare al livello 400 partendo dal livello 10…pazzesco)” “per questo ho FB e nn un Blog: meglio che le mie dita nn siano libere… molto meglio per tutti! Se parlassi io pubblicamente (e liberamente), sai quante vite perfette potrei distruggere?” 

Certo si potrebbero fare esempi diametralmente opposti. Voglio solo sostenere che non ne sappiamo abbastanza.

Quando sento parlare di internet governance mi si rizzano i pochi capelli. Il pensiero corre preoccupato verso tentativi di ingabbiare, recintare, sorvegliare un luogo libero. Poi mi sveglio … mi accorgo che internet non è più il luogo che era e che gabbie, recinti e grandi fratelli nascono ogni giorno ad opera di governi e imprese con mission più o meno lecite e cmq mai gradite da noi utenti, perchè solitamente dannose.

La rete è cresciuta e si è sviluppata molto efficaciemente, semplicemente gestita tecnicamente dall’ICANN, e allora a cosa ci serve una struttura di “governo” che potrebbe assomigliare più a una struttura di controllo? Abbiamo bisogno di un altro istituto ONU (o simili) che, intriso di burocratismo e spartizionismo, diventi il deus es machina di internet? Perchè dovremmo avere bisogno di nuove regole quando ad internet si applicano già le leggi degli Stati? Confesso che queste sono tra le poche obiezioni sensate che ho sentito dacché il progetto di internet governance si è inesorabilmente avviato dalla prima edizione del World Summit on Information Society (WSIS), svoltosi a Ginevra nel dicembre del 2003. Da quella data una serie di appuntamenti internazionali si sono susseguiti, WSIS Tunisi, il primo Internet Governance Forum (IGF) di Atene 2006, IGF Rio de Janeiro 2007, il primo IGF Italia 2008, fino all’IGF 2009 tenusi a Sharm El Sheikh appena conclusosi (15-18 nov.). Ma siamo certi che ICANN possa, voglia e abbia la capacità di intervenire qualora i diritti dei “netizen” sono messi in discussione da governi o da imprese? Purtroppo abbondiamo di prove che ciò non avviene e che alla struttura di ICANN non possono essere scaricati compiti che non può assumere. Peraltro non è affatto chiaro quale struttura possa assumersi tale onere, e gli incontri IGF e WSIS servono anche a questo.

Ovviamente la questione della governance di internet ha molti risvolti, si può cominciare ad approfondirli cliccando sul sito ufficiale, ma vorrei qui segnalare quella che mi sembra una delle carte più interessanti da giocare in questa partita che, come singoli utenti, ci vede perlopiù soggetti passivi: la Internet Bill of Rights.  

L’iniziativa è promossa parallelamente e indipendentemente dalle scadenze e decisioni “ufficiali” ed è basata su una “coalizione sui diritti e principi di internet” formatasi durante il WSIS di Tunisi nel 2006. L’Italia vi partecipa intensamente con ISOC Italia, istituzioni governative e personalità del calibro di Stefano Rodotà. Esplorando il sito ufficiale è possibile formarsi un’opinione sul tema e partecipare al dibattito con il wiki e il blog o la pagina su Facebook.
La “Coalizione” non vuole mettere in discussione i diritti fin’ora sanciti, ma costruire su di essi per meglio applicarli nell’ambiente di Internet. La proposta è di concepire il Bill of Rights come un “set” di documenti differenti, e come un processo in continuo progresso, in piena collaborazione con tutte le altre iniziative nate durante l’IGF che trattano i temi quali: privacy, protezione dei dati personali, libertà di espressione, accesso universale, neutralità della rete, interoperabilità. Insomma le tematiche centrali perchè si possa continuare ad avere una rete libera, o, se volete, com’era e come rischiamo di non avere più.

L’acquisizione, avviata nell’aprile 2009 da Oracle Corporation su Sun Microsystems per 7.4 miliardi di dollari, non è ancora giunta all’epilogo finale: ricordiamo che queste operazioni globali devono trovare consensi nelle commissioni di vigilanza sulla concorrenza e il mercato nei Paesi dove l’azienda intende operare.

In agosto 2009 l’antitrust USA, la Security Exchange Commission, diede l’assenso all’acquisto non sollevando alcuna questione. Al contrario la Commissione Antitrust europea, il 9 novembre scorso nella sua valutazione preliminare, ha posto opposizione all’acquisto, sollevando obiezioni al progetto relativamente ai prodotti database.  La comunicazione della Commissione riguarda la combinazione dei prodotti Sun MySQL (database open source) con i prodotti Oracle (database aziendali) rilevando potenziali effetti negativi sulla concorrenza nel mercato dei prodotti database. Già a settembre, con l’apertura dell’indagine conoscitiva (prassi dovuta d’ufficio), erano emerse perplessità proprio su questo tema: “Il takeover del principale produttore di database open source al mondo da parte del principale produttore di database proprietari al mondo obbliga il regolatore a esaminare attentamente gli effetti dell’operazione sul mercato europeo”.  

Oracle ha annunciato che presenterà ricorso contro questa prima decisione della CE, notando “una profonda incomprensione del mercato dei database e delle dinamiche open-source”. Non l’hanno presa per niente bene e infatti Oracle continua: “È ben compreso da chi è informato sul software open source che MySQL è open source, e pertanto non può essere controllato da nessuno. Questo è un punto fermo nell’open source.” Circa lo scopo dell’acquisizione Oracle ha dichiarato: “l’acquisizione di Sun è essenziale per la competizione nel mercato dei server high-end, per rivitalizzare Sparc e Solaris (processori e sistema operativo n.d.r) e per rafforzare la piattaforma di sviluppo Java.

Lo stallo sta costando molto caro a Sun. L’azienda era già in difficoltà e oggi perde poco meno di 100 milioni di dollari al mese.  A partire da questo argomento 59 senatori USA, repubblicani e democratici, sono intervenuti pochi giorni fa, con una lettera indirizzata alla Commissione europea in cui sollecitano una rapida decisione. Dice John Kerry, primo firmatario e sfidante di G. W. Bush nel 1994: “il protrarsi della decisione della Commissione europea mette a rischio migliaia di posti di lavoro americani, quindi ci siamo sentiti in dovere di chiedere una rapida risoluzione“. Poi, avvalorando la tesi di Oracle, continua “La Commissione europea è preoccupata per la libera concorrenza nel mercato dei database, ma il database open source MySQL di Sun ha una piccola quota di mercato in Europa.”

Come molti ricordano Sun aveva a sua volta acquistato MySql per circa un miliardo di USD, non male per un prodotto “che non può essere controllato da nessuno”. Sun porta in pancia anche un’altro database, PostgreSQL, che, per quanto molto meno diffuso di MySql e rilasciato come oss dalla stessa Sun, è cmq un prodotto riconosciuto e potenzialmente un competitor nel mercato SMB. Nella diatriba arriva infatti il 19 ottobre un comunicato stampa di Michael ‘Widenius Monty’. Chi è ? Monty è il creatore di MySQL e fondatore della omonima società poi acquisita da Sun. Interviene nel dibattito con la trasparenza di chi la sa lunga e non ha nulla da perdere. “L’antitrust dell’Unione europea ha assolutamente ragione di preoccuparsi” e ha invitato i dirigenti Oracle a “essere costruttivi e di impegnarsi a vendere MySQL a una terza parte adatta, che consenta una soluzione immediata, invece di lasciare Sun ancor a lungo nella sofferenza.” Monty insiste e ci va giù pesante: “MySQL ha bisogno di una casa diversa da quella di Oracle, una casa dove non ci saranno conflitti di interesse su come, o se, MySQL dovrà essere ulteriormente sviluppato.” Monty aveva lasciato Sun nel febbraio 2009, con forti polemiche sulla release 5.1 di MySQL, e fondato una nuova azienda. Che intenda ripartire da qui per “rifondare” MySQL (MariaDB?), nell’eventualità che le cose si mettano al peggio? Lo spero per il movimento open.

C’è da scommettere che alla fine il gigante Oracle non venderà MySql e la spunterà comunque. Intanto da Sun, anche in Italia, sono in molti a levar le tende… La partita in gioco è di primaria importanza per gli assetti web del futuro prossimo, ci torneremo sopra molto presto.

Però quando si dice, Ottavo Rapporto Censis/Usci sulla Comunicazione, che in Italia i lettori di libri sono cresciuti del 2.5% dal 2001 al 2009, portandosi alla ragguardevole quota del 56.5% della popolazione, e poi scopri nella didascalia della tabella (1) che trattasi di “utenti che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno” ti cadono le… braccia. Ma che senso ha? Come si fa a definire “lettore di libri” un tale che legge un libro in un anno? Notare che nel campione statistico sono rientrati certamente anche gli studenti, dalle elementari all’università. A cosa mi serve un dato del genere? Non sarà mica che al Censis aspirano a dipingere un Italia più acculturata di quella che è?

Anche il dato sull’uso di internet è praticamente inutilizzabile. Secondo voi possiamo chiamare “utente internet” uno che si collega alla rete una volta la settimana? Bene, secondo il Censis sì. Ed in base a questo assunto gli utenti internet in Italia sono il 47%.

Il Censis è una struttura seria, con la quale ho avuto anche modo di collaborare. Il mio è un invito a non prestar fede ai tanti articolisti (giornalista è un titolo di merito) che useranno il materiale faticosamente prodotto dagli analisti per sostenere tutto e il contrario di tutto ma, alla fine per darla a bere a noi.

Polimicuzze a parte, torneremo ancora sul rapporto Censis perchè contiene una miniera di informazioni, l’importante, come nel caso della statistica del pollo, sarà leggere bene i dati. 

PS: Nel “sunto per la stampa”, l’unica cosa che al momento ho letto, non sono precisati ne il campione ne la metodologia d’indagine.

PSS: Io mi son fatto, nel tempo, un’idea, che corrisponde alla “regola dei 4.000.000″ della quale scriverò

Come molti anch’io parto da alcune discriminanti. Parlando di web non posso non precisarle prima in modo che chi vorrà partecipare a questo gioco, come lettore, commentatore, autore, possa farlo conoscendo il mio punto di vista. Non che questo faccia molta diffrenza ma visto che questo blog è mio mi pare doveroso dire per primo quello che penso.
1) Ho severi dubbi sulla “neutralità della scienza”, un tema caldo qualche decennio fa e molto meno in voga oggi;
2) Il web non è più un “affaire” per ingegneri, ognuno può fare web senza una laurea tecnica, anzi…
3) Senza il web è difficile pensare a sviluppo economico e sociale;
4) Il termine ”sviluppo” non ha solo una accezione positiva;
5) Quello che vale oggi non è detto che domani faccia schifo.

E’ tutto, fine delle prefazioni

Mi è capitato spesso di intervenire o scrivere per ragioni professionali rivolgentomi a consessi specialistici. E’ parte del mio lavoro e continuerò a farlo ma, non è la mia aspirazione in siniblog. Nella convinzione che il digital divide sia da superare prima di tutto come dimensione esperenziale e culturale, oltre che infrastrutturale, con siniblog vorrei contribuire, nel mio piccolo, a fare del web un posto alla portata di tutti.

Verrei praticare questa ambizione evitando il linguaggio specialistico, suggerendo soluzioni praticabili, riflettendo su dinamiche generali. Divulgazione e riflessione fuori dagli schemi, queste protrebbero essere le due parole d’ordine di questo blog.

Qualcuno potrebbe pensare che per aprire un blog occorra partire dalla convinzione di avere qualcosa da dire, aver voglia di dire e saper tradurre in lingua scritta quel dire. Non è il mio caso. Non per la totalità delle tre “convinzioni” quantomeno. Oggi che, dal pensiero passo alla pratica, con l’estrema leggerezza permessa dal web di questi ultimi anni, le tre convinzioni mi sembrano tre “condizioni” senza le quali non saprò gestire siniblog.it nel tempo. “Doing & learning” (nell’ordine) mi ripeteva sempre un grande imprenditore con cui ho avuto l’avventura di collaborare. Nella sua vita, lui, ha avuto molte volte ragione a pensarla così, io, nella mia, molte meno a pensarla in modo opposto… quindi oggi faccio e domani ci penso, vedremo.

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