Ieri 9 agosto Google e Verizon (uno dei principali operatori di telecomunicazione americani) hanno pubblicato un documento contenente proposte comuni sul tema della Net-Neutrality. Il documento riassume le richieste presentate alla FCC* americana per la definizione di un nuovo quadro regolatorio di internet “affinchè Internet resti un network aperto”. Questi gli obiettivi (dal blog di Google) :
1. Gli utenti devono essere liberi di scegliere quali contenuti, applicazioni o dispositivi usare, dal momento che l’apertura è stata decisiva per l’innovazione esplosiva che ha reso Internet un mezzo rivoluzionario.
2. Gli Stati Uniti devono continuare ad incoraggiare sia gli investimenti che l’innovazione a supporto dell’infrastruttura di banda larga; ciò è imperativo per garantire la competitività a livello globale.

Al punto 1 una dichiarazione di principio giusta, quasi scontata, e al punto 2 una richiesta legittima. Allora dove sono le ragioni di preoccupazione?

Nella proposta congiunta Google - Verizion all’FCC si può leggere, tra le tante affermazioni di principio volte ad accreditare le due aziende come paladini delle sacrosante ragioni degli utenti internet, un passo formidabile:
riconosciamo entrambi che la banda larga wireless è cosa differente dal mondo tradizionale di Internet fisso, in parte poichè il mercato mobile è più competitivo e muta rapidamente. Riconoscendo che il mercato wireless a banda larga è in una fase ancora iniziale di sviluppo, i principi contenuti nella nostra proposta, eccezione fatta per il principio di trasparenza, non si applicano al mercato a banda larga wireless.

Le due aziende sanno meglio di noi che la posta in gioco nel futuro di internet ha il suo baricentro proprio nelle reti senza fili a banda larga. Distinguere tra wired e wireless e chiedere che il principio di neutralità non si applichi proprio alle reti che avranno il massimo sviluppo nel futuro è compromettere definitivamente tale principio. Il futuro di Internet si giocherà sempre più sui dispositivi wireless, da iPhone a iPad a Android. Non per niente Google ha fatto man bassa di licenze di frequenze a una recente asta.

Cosa vuol dire far saltare la Net Neutrality?
Si spalancherebbero le porte al blocco di applicazioni e dispositivi, alla discriminazione di contenuti, all’accesso per i piccoli provider indipendenti. Si creerebbero autostrate riservate ai dispositivi, ai contenuti e alle applicazioni dei big player e piccole strade tortuose per tutti gli altri operatori. Si sancirebbe il dominio sul web dei pochi grandi operatori e morirebbe difinitivamente l’internet libera e accessibile che abbiamo conosciuto dove nuove imprese possono sorgere e diventare prospere nell’arco di pochi anni. Perchè è chiaro che tutti i grandi investitori, e, palesemente, primi tra tutti Google e Verizone, non investirebbero più un euro su una rete fissa vincolata da rigide norme governative qualora esistesse l’alternativa di una rete dove le regole sono solo quelle del business.
Sarebbe finita l’internet democratica e aperta che tanto ci ha entusiasmato durante la rivolta verde in Iran perchè ai governi e alle organizzazioni liberticide basterebbe trovare un accordo con i big player e ogni barriera alla privacy sarebbe superata senza grande scalpore e nel silenzio della stampa globalizzata come e peggio di quanto è accaduto con l’accordo di Google con la Cina o di RIM con l’Arabia Saudida.

Ci basta?

OT, ma non troppo: la Cina ha chiesto la chiusura dell’Internet Global Forum

* FCC Federal Communication Commission è l’autorità che regola in USA la gestione della struttura di internet.

Il prossimo Internet Global Forum si riunirà a Vilnius a metà settembre. Vi parteciperanno delegazioni nazionali ufficiali certamente apportatrici di tanti bei contribuiti sulla libertà di accesso e la neutalità. Nel frattempo Google cede alla Cina, RIM (quella di Blackberry) all’Arabia Saudita. Ovvero l’internet governance dei fatti la stanno imponendo le grandi strutture globali che pur di mantenere i mercati non esitano a vendere gli utenti al miglior offerente e ai Governi.
In Italia, nel nostro “piccolo”, il Ministro Brunetta lancia il suo documento “beta” di definizione della “internet governance”, tirando in ballo l’inconsapevole sardo Azuni. Un documento che, badate bene, tutti potranno discutere e commentare o emendare per ben 30 giorni in questo agosto, tradizionalmente il mese in cui gli italiani hanno l’attenzione concentrata sul tema.
Un bel documento, dove si cerca di individuare, cito, “come sopravvivere in un mondo imprevedibile” prestando dovuta attenzione all’”incertezza dinamica” e alle “architetture complesse”. Cercando risposte a queste questioni chiave per il genere umano sullo specifico tutto riparte da zero, come se di governo della rete non si discutesse da 40 anni, come se non fossero stati scritti i principi fondativi dell’IGF e soprattutto come se la discussione sulla Internet Bill of Rights, riconosciuta ufficialmente a Rio nel 2007 dall’ONU proprio in chiusura dell’IGF, non fosse mai partita. Una discussione già avviata in Italia almeno dal 2006 (ISOC) e che si molto sviluppata anche per gli interventi di personalità come Stefano Rodotà.
Il brunettiano “codice Azuni” sembra tagliare fuori la matrice culturale di una internet libera come motore dello sviluppo sociale ed economico (Amartya Sen) per far posto alla sottocultura regolatoria, censoria e occhiuta che fa perno sugli interessi dei gruppi industrali anzichè sulle persone.

Quattro ragazzotti newyorkesi hanno lanciato “diaspora” il p2p nei social network, “ovviamente” open source. Lo hanno fatto appoggiandosi a  kickstarter,  una formidabile piattaforma per il funding di una idea creativa.

Hanno chiamata “diaspora” questa loro idea ma,  non fatevi ingannare dal nome per me poco attraente (forse loro lo trovano benaugurante) il progetto è davvero interessante.

Come in una qualunque rete peertopeer chi aderisce al netweork crea un proprio nodo (gli autori lo chiamano “seed”, seme). Il nodo contiene le info personali, aggregherà tutte le informazioni provenienti dai social network, ma soprattutto vi permetterà di gestire in proprio il vostro grafo sociale. E’ questo il punto: la mia rete di connessioni sociali non è gestita altrove ma è totalmente sotto il mio controllo. La mia rete mi continua ad appartenere. I diasporini così si esprimono: “la nostra vita sociale reale non ha dirigenti centrali, e la nostra vita virtuale non ne ha bisogno“. E’ un concetto affascinante, no?

La preoccupazione per la privacy sui social network è un argomento molto caldo che accomuna, giustamente, un gran numero di persone (in Italia un po’ meno) e il team di Diaspora ha certamente messo in atto un progetto che coglie nel segno.
Più la nostra vita diventa digitalizzata, più affidiamo le nostre informazione alla “nuvola” e più la nostra privacy è compromessa. La scommessa di Diaspora è quella di fornire uno strumento che ci permetta un miglior controllo della nostra privacy online. Buona l’idea e buona anche la strategia di fungere, in prima battuta, da aggregatore di socialnetwork o media, per poi, raggiunta una certa massa riuscire a fungere da social network vero e proprio mi sembra il giusto approccio di mktg in un mercato ormai dominato da giganti.

Il gruppetto di amici-colleghi ha aperto un account su kickstarter il 24 aprile con l’obiettivo di raccogliere 10.000 USD per finanziare un’estate di lavoro a testa bassa sulla prima versione del codice del progetto. A oggi, 18 maggio hanno oltre 5000 sostenitori e raccolto 180.000 USD !

La loro pagina su kickstarter
Il blog

Il paradigma 2.0 in azienda supporta la nascita di nuove comunità che condividono interessi, competenze, ed esperienze comuni incentivano nuove dinamiche collaborative, trasversali rispetto agli usuali schemi gerarchici piramidali. Non è altro che un parallelo con quello che avviene nella vita dei dipendenti fuori dall’azienda, nell’ambito degli interessi, delle passioni, delle amicizie.  Non vi è differenza, da questo punto di vista, tra chi è all’esterno e chi è all’interno e vive la realtà aziendale.

Occorre comprendere la portata storica di questa condizione e saperla usare nel concepire strumenti come le intranet 2.0  Questo compito spetta in primis alle Risorse Umane, non alla direzione ICT.

Il dato da cui possono partire è lo straordinario successo del “social” fuori dall’azienda, accompagnato dalla dilagante diffusione di device informatici di alto livello qualitativo usati nella vita quotidiana.
Si tratta, molto spesso, di strumenti di qualità più alta di quelli disponibili in azienda. Quanti hanno un iPhone o un notebook aziendale e quanti invece l’hanno acquistato per proprio uso e consumo? Quanti hanno 1 terabyte di spazio disco nel server e 8 Gb ram nel PC aziendale? Quanti hanno accesso alla rete wifi sul posto di lavoro e quanti ce l’hanno in casa per connettere pc fisso, ps mobile, smartphone e tv? Quanti hanno accesso ad una piattaforma di unified communication & collaboration aziendale e quanti usano per scopi personali skype, youtube, friendfeed, dropbox, vimeo, facebook, ning, google docs, linkedin?
L’accessibilità, anche economica, di applicazioni software e hardware avanzatissime va di pari passo con la possibilità di comunicare, collaborare e condividere socialmente, favorendo la maturazione di una cultura diffusa e una abilità privata che non trova solitamente spazio in azienda e, più gravemente, non viene compresa e sfruttata dall’azienda.

Questo fenomeno si accompagna ad un altro che viene di volta in volta definito come “consumerismo”, quando assume le forme della consapevolezza acquisita proprio nel valore dell’atto d’acquisto, o “co-creatività” quando il consumatore cerca un rapporto valoriale con l’azienda stessa più che con il prodotto. Sono le due facce di una stessa medaglia. Quella della relazione con la marca, che tanto sta portando alle nuove frontiere del marketing.

E in azienda cosa accade? Quello che fuori è un consumatore consapevole e co-creativo, che cerca valore e vuole apportare valore, quando entra in azienda si limita (ed è limitato) ben che vada, a fare quello che gli viene chiesto dal proprio ruolo in un organigramma gerarchico.

Non è mai accaduto in precedenza che abilità tecnologiche private fossero socialmente superiori alle abilità tecnologiche aziendali e che il collaboratore desiderasse fortemente riportare le proprie abilità all’interno. Al contrario, l’addestramento tecnico e culturale ha sempre rappresentato un costo pesante.
Sono queste abilità e questa volontà di partecipazione i pilastri sui quali  le Risorse Umane possono avviare una trasformazione delle relazioni organizzative.

A tre giorni dal deposito della sentenza di condanna di due dirigenti di Google Italia il giudice Masi è stato oggetto di minacce via fb. Un atto stolto e grave. La sentenza può e deve far discutere, può anche sollevare contestazioni ma, il Giudice ha agito secondo diritto.

Sembra difficile sostenere per Google il ruolo di un mero “trasportatore passivo”. Google infatta tratta i dati perche indicizza, associa e contestualizza con i contenuti (dati) i messaggi pubblicitari ottenendone il giusto lucro. D’altra parte è impensabile e ridicolo pretendere un controllo preventivo sulla liceità dei contenuti da parte di chicchessia perchè, oltre ad essere impossibile tecnicamente, ne andrebbe della libertà di espressione, della libertà d’impresa e, di fatto, anche della tutela della dignità delle persone.
Pertanto IL problema è la Legge sulla Privacy che, nella sua attuale formulazione attribuisce ingiuste e stupide (ma oggi non illegittime) responsabilità ai gestori di servizi di sharing. Pur dubitando delle capacità, della celerità e soprattutto della volontà di buona parte dei nostri legislatori, dovrà essere chiesta a gran voce una revisione di norme ormai inappropriate a governare la realtà.

Una revisone normativa che comprenda il giusto diritto di ciascuno alla tutela della proprio privacy e l’indispensabile agibilità della libera espressione e della circolazione delle informazioni (in senso tecnico non di merito) su internet.

Ebbene sì, secondo i dati appena pubblicati da Audiweb (www.audiweb.it) nella piccola regione dell’estremo nordest abitano relativamente più internauti (termini insulso ma chiaro) che nella patria nostrana del web. In Friuli VG il 49,9% della popolazione si è collegata ad internet nel mese di gennaio 2010 contro il 49,4% della popolazione lombarda. Questo dato dovrebbe far riflettere un la nostra Pubblica Amministrazione e le nostre Aziende ancora molto, troppo, lontane dall’aver preso seriamente in considerazione le opportunità del web 1.0 … per non parlare del 2.0

Tornando ai dati, nel mese di gennaio 2010 risultano 23,2 milioni gli utenti attivi, con un incremento del 12% rispetto a gennaio 2009. Nel giorno medio risultano 11,3 milioni gli utenti attivi, per 1 ora e 43 minuti e con 181 pagine viste per persona. Tutti i valori risultano in crescita confrontati con il mese di gennaio 2009: gli utenti attivi nel giorno medio crescono del 20%, così come il tempo speso (+8%) e le pagine viste (+3%).

10,6 Milioni le donne e 12,5 milioni gli uomini attivi nel mese, principalmente tra i 35-54 anni (9,5 milioni) e i 16-34 anni (8 milioni). Accede a internet il 47,8% della popolazione del Nord-Ovest (7,2 milioni di utenti attivi), il 43,4% dell’area Nord-Est (4 milioni), il 42,7% del Centro (4,2 milioni) e il 37,6% dell’area Sud e Isole (7,6 milioni).

La distribuzione dell’utilizzo del mezzo presenta una maggiore concentrazione nei giorni lavorativi (lunedì - venerdì) con 11,9 milioni di utenti attivi, 183 pagine viste per 1h42 minuti per persona nel giorno medio, mentre nel fine settimana (sabato - domenica) risultano 10 milioni gli utenti attivi con 174 pagine viste per 1h44 minuti per persona nel giorno medio.

Poco meno di due ore al giorno passate sul web. C’è ancora qualcuno che ci scherza sopra?

ISOC Italia, delegazione nazionale di Internet Society,
preso atto del dispositivo della sentenza di primo grado, emessa il 24 febbraio scorso dal Tribunale di Milano, che ha condannato tre dirigenti di Google per violazione delle norme sulla privacy, a causa di un video rimasto presente per alcune settimane nel 2006 sul sito di Google Videos, che riprendeva un minore affetto da autismo, insultato e offeso da quattro studenti di un istituto tecnico di Torino,
RITIENE DI DOVER TORNARE AD AFFERMARE ALCUNI PRINCIPI FONDANTI E IMPRESCINDIBILI PER CONSERVERE LA LIBERTA’ E LE POTENZIALITA’ DELLA RETE INTERNET

[1] la rete deve rimanere aperta; nessun ostacolo deve essere posto alle sue potenzialità ed al suo uso ad esclusivo beneficio della comunità;

[2] i provider, sia quelli impegnati nel garantire l’accesso alla rete, sia quelli che operano nella distribuzione dei contenuti eteroprodotti dagli utenti, non devono essere assoggettati ad alcuna forma di controllo o di censura preventiva sui contenuti;

[3] forme di autoregolamentazione, inevitabilmente sottoposte al vaglio degli utenti stessi della rete, oltre ad essere auspicabili promettono di garantire un buon equilibrio tra gli interessi, i diritti e le esigenze di libertà e di comunicazione della conoscenza dei soggetti coinvolti;

[4] le libere espressioni in rete non devono essere impedite attraverso metodi indiretti come controlli restrittivi sull’hardware, sul software, sulle infrastrutture di comunicazione o sulle altre componenti essenziali di Internet da parte dei governi o di portatori di interessi privati;

[5] l’informazione personale generata in rete non deve essere usata in modo improprio o utilizzata da altri senza il consenso informato di chi la ha prodotta; l’informazione è di chi la genera, non di chi la veicola tecnicamente attraverso gli strumenti della rete.

Questi principi appaiono disattesi negli effetti della sentenza, che vede Google condannata - attraverso i propri dirigenti - quale intermediario meramente tecnologico della comunicazione; sicuramente le motivazioni, non appena note, daranno la possibilità di approfondire lo scenario che ha portato all’esito processuale.

ISOC Italia non può che concordare sulla necessità di applicare le norme esistenti per sanzionare i reati commessi attraverso l’uso di Internet, tuttavia ritiene che nessuna responsabilità oggettiva possa essere attribuita ai fornitori dei servizi Internet per quanto attiene i contenuti posti in rete da terzi. Non è possibile trasferire la responsabilità di ciò che è pubblicato su una piattaforma video o su un social network dal soggetto che effettua la pubblicazione al soggetto che mette a disposizione l’infrastruttura tecnologica. Le conseguenze di sentenze di questo tipo potrebbero rendere impossibile l’uso della rete nelle forme più innovative di collaborazione quali il Web 2.0 e le reti sociali, che si basano sulla condivisione di contenuti creati da milioni di persone e per i quali controlli preventivi risulterebbero discutibili e tecnicamente impossibili.

ISOC Italia sente la necessità di esprimere una forte preoccupazione, come condiviso da varie fonti autorevoli, anche a livello internazionale, che la sentenza in questione metta a rischio i principi di libertà in rete attraverso la creazione di un pericoloso precedente.

l’articolo originale

Come era prevedibile fa molto discutere in rete la sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato in primo grado tre dirigenti di Google. Tralasciamo le ipotesi sconnesse che circolano in rete, inaccettabili perchè le motivazioni della condanna non sono ancora state depositate. Come ho già avuto modo di scrivere il punto è il seguente: Google, con il servizio Video, è un intermediario passivo che offre un puro servizio di interconnessione e hosting o tratta i dati?

Matt Sucherman, VP and Deputy General Counsel - EMEA di Google, in un post del 24 feb. su Google Italia Blog giudica che “in sostanza questa decisione significa che i dipendenti di piattaforme di hosting come Google Video sono penalmente responsabili per i contenuti caricati dagli utenti” Prosegue citando a sostegno la legislazione europea che “è stata definita appositamente per mettere gli hosting providers al riparo dalla responsabilità, a condizione che rimuovano i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza“.

Oggi, su Radio 24 è andata in onda una intervista al Procuratore Aggiunto Alfredo Robledo che ha seguito le indagini e qualche argomento in più c’è per far luce sulla vicenda. Secondo il dr Robledo, Google Video tratta i dati perchè “non si limita a mettere in comunicazione i soggetti in modo indifferente ai contenuti da loro immessi, come fa eBay per esempio, ma trae un vantaggio economico dai contenuti che veicola con il servizio di Google Video e così tratta i dati“.

C’è evidentemente una diversità di interpretazione dell’attività di Google tra l’azienda e i Giudici di Milano.  Se da un lato è palese la ragione dell’interpretazione, diciamo “restrittiva” al ruolo di semplice hosting, che Google dà della propria attività d’impresa per i contenuti Video, dall’altro non è altrettanto chiaro come i Giudici siano giunti a definire “trattamento” il lavoro che Google compie sui dati. E’ anche il paragone, per caso contrario, con eBay che lascia perplessi.

Ammettendo che si dia la forma di “trattamento”, ad esempio con indicizzazione e contestualizzazione dell’advertising come fa Google, si aprirebbe un problema enorme di applicabilità della norma. E’ impensabile che Google, come chiunque altro, abbia un controllo ex-ante dei contenuti generati dall’utente.

Tocca nel vivo uno dei problemi più attuali di internet la sentenza del tribunale di Milano che ieri ha condannato tre dirigenti di Google Italy per violazione della privacy. Il procedimento si riferisce alla vicenda, datata 2006, della pubblicazione su Google Video (servizio oggi sospeso a favore di YouTube acquistato da Google nel giugno 2006) di un filmato che mostrava un minore autistico insultato e picchiato da quattro coetanei all’interno di una scuola di Torino.
Ai dirigenti sono stati inflitti mesi 6 di reclusione, con il beneficio della condizionale, per “violazione della privacy”, mentre sono stati assolti dal reato di diffamazione. Ricordiamo che i responsabili, gli autori del video, sono stati condannati in altro procedimento, in virtù della minore età, a 11 mesi di lavori socialmente utili.
La vicenda ha suscitato anche la reazione dell’ambasciatore USA in Italia David Thorne: “Pur riconoscendo la natura biasimevole del materiale - precisa l’ambasciatore - non siamo d’accordo sul fatto che la responsabilità preventiva dei contenuti caricati dagli utenti ricada sugli internet service provider”.
Per la Legge italiana questo genere di responsabilità ricade su chiunque gestisca un blog o un sito, che viene oggi equiparato ad un editore. Read more

Si è appena conclusa a Milano la presentazione del 3° Osservatorio Multicanalità presso al School of Management del Politecnico dal titolo “Multicanalità: orgoglio o pregiudizio?“. Il dato più eclatante? Nei processi di informazione, relazione, condivisione e acquisto che misurano il rapporto di coppia brand/pubblico si sono affermati nuovi paradigmi che ormai coinvolgono il 40% della popolazione italiana.  Circa 8.5 milioni di persone vivono nei confronti dei brand una dimensione co-creativa. I dati si basano su ricerche sul campo condotte da Nielsen per l’Osservatorio.

Il tema merita giustamente l’attenzione delle imprese di ogni dimensione perchè, anche se non tutti se ne sono accorti, qualcosa sta cambiando e molto rapidamente.

Innanzi tutto cosa si intende per “multicanalità” in comunicazione? E’ la capacità di disegnare un’esperienza di marca agendo su più punti di contatto, su più contingenze interattive e co-creative. Non basta più considerare linearmente i diversi canali di comunicazione e realizzare un efficace media-mix per creare una efficace relazione con il pubblico. Non si tratta più di aggiungere il “nuovo” canale al vecchio adv. Read more

C’è qualcosa che non mi convince nel cosiddetto viral marketing, guerrilla marketing, tribal marketing. Le premesse, sulla perdita di autorevolezza della comuncazione tradizionale, sono serie. La valutazione secondo la quale il passaparola è la forma più efficace per ottenere consenso è ragionevole, benchè non proprio una novità (lo sapeva anche mio zio che faceva il casolin*). Quello che non mi convince è l’etichetta “virale” che viene attribuita ad ogni iniziativa basata su forte impiego di creatività (non necessariamente efficace) che esca dall’advertising classico. Virale è un termine abusato e in un pianeta dove le parole sono in sovrabbondanza, smarrirne il senso è pericoloso.

Tornando a mio zio, che la sapeva lunga in fatto di crm, una cosa è certa: il passaparola per lui doveva tradursi in azione. Ovvero l’azione di mktg (es: prima di venderti qualcosa te la faccio sempre assaggiare) doveva portare, tramite il passaparola (quasi l’unica forma di comunicazione che conosceva, visto che per lungo tempo non ha avuto neppure l’insegna sopra la vetrina), altri clienti in negozio in modo “virale”. E cosa ci va a fare un cliente in negozio? Compra, che altro sennò? Read more

Google dichiara di essere stata oggetto di attacchi informatici dalla Cina indirizzati a violare le caselle Gmail di attivisti dei diritti umani e rincarando la dose, David Drummond, il responsabile per gli affari giuridici di Google: “non abbiamo l’intenzione di continuare a censurare i nostri risultati“. In molti si chiedono le ragioni di questa battaglia, altri tracciano ipotesi sul futuro di google.cn, si ritirerà o sarà fatto sparire dal mercato cinese, il primo al mondo per numero di utenti?  Ma siamo certi sia solo questo?

Google offre una versione cinese del motore fin dal 2000 ma, è solo nella primavera del 2006 che nasce google.cn accolto in occidente da un coro di critiche (anche interne alla compagnia stessa) per aver siglato un accordo che impegnava il motore a filtrare i risultati secondo i principali dettami della censura. La decisione di escludere i risultati su temi sensibili, come le riforme democratiche, l’indipendenza di Taiwan o sul movimento Falun Gong, o sui fatti di Thien An Men del 1989  è particolarmente discutibile per una società dedicata a rendere le informazioni “universalmente accessibili”. L’unica soddisfazione, offerta all’utente cinese, è l’impegno a dichiarare quando i risultati sono stati filtrati. Google dichiarava cmq di voler garantire la riservatezza dei dati personali su Gmail e sulla piattagorma Blogger. Nel settembre 2007 Google riceve la licenza dal governo cinese e non si fanno attendere le accuse degli attiviti dei diritti umani rivolte anche a Microsoft e Yahoo. Read more

auguri 2010

Il web 2.0, l’internet partecipativa ci chiede di registrare i nostri dati per ottenere credenziali di accesso (account) in quantità. Quotidianamente dobbiamo compilare form e gestire id e pw per poter effettuare molte delle operazioni necessarie ad utilizzare appieno le funzionalità del “nuovo web” (per dirla con Seth Godin). La gestione può essere un effettivo problema, soprattutto quando dobbiamo cancellare un account che non desideriamo più avere. Esistono tools che ci aiutano nella gestione, o facilitano il riempimento delle form, mentre non c’è ancora una soluzione davvero efficace per la cancellazione: come vedremo (3) esistono alcuni accorgimenti utili che ci possono aiutare.
Problemi di gestione a parte, esistono anche questioni di privacy e sicurezza che devono farci considerare attentamente la questione. Nella gestione account ci sono tre momenti da considerare, creazione, gestione, cancellazione, ne scriverò in tre post distinti.

Il momento della creazione di un account online è il più semplice e, moltissimi tendono a trascurarlo, eppure già da qui nascono i primi errori.  Read more

Wikipedia parla della capacità delle persone come noi di fare cose straordinarie. È gente come noi quella che scrive Wikipedia, una parola alla volta. È gente come noi che la sostiene. È la prova della nostra collettiva capacità di cambiare il mondo. […] Tu sei parte di questa storia: fa’ oggi stesso una donazione“ Questo è un estratto dell’appello che Jimbo Wales fondatore di wikipedia lancia ai suoi quasi 350 milioni di utenti mensili. Le difficoltà economiche di quello che è uno dei primi dieci siti al mondo erano note, se vogliamo una costante nella storia del progetto. Oggi la situazione si è aggravata e il fondatore lancia il suo appello, con stile molto “american-utopistico” se vogliamo ma, credo valga la pena di accoglierlo (con l’occasione del Natale).

Nessuno, neppure i detrattori, può negare che Wikipedia sia una delle esperienza 2.0 più significative e importanti del panorama, ancor povero, del web 2.0 che conosciamo. Il progetto Wikipedia nasce nel 2001 come spinoff di un altro progetto enciclopedico Nupedia poi chiuso.  Read more

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